giovedì 11 giugno 2020

Figlio di razzisti

Silenzio, e giù.
Tommaso aveva ascoltato la reprimenda del preside con il classico capo chino e le mani aggrappate l’una all’altra, intente a tormentarsi in una stretta convulsa. Solo in quell’istante, con il padre accanto, qualcosa dentro aveva azzardato a interrogarsi sull’opportunità dell’aggressione dell’altrui diversità.
Il preside aveva usato parole dure. Tuttavia, informato della materna assenza familiare, dopo aver rimarcato l’inaccettabilità nell’istituto da lui diretto di ogni forma di violenza, verbale e fisica, aveva avuto anche il buon senso di offrire a entrambi la possibilità di spiegare, giammai di giustificare, ma perlomeno di mostrare se magari si celasse qualcosa dietro l’inaspettata manifestazione rabbiosa.
Silenzio, e ancora più giù.

Vito si era limitato ad annuire con un’espressione imperturbabile, finché il preside lo aveva invitato a parlare: “C’è qualcosa che non va in famiglia, in questi giorni?”
Solo in quel momento Tommaso aveva sollevato la testa e si era voltato verso il padre, sintonizzandosi sulle labbra del genitore con l’intruglio confuso che si agitava nel petto.
Nella pancia o nel cuore, chi può dirlo con esattezza.
Forse, solo qualcuno che ti conosce davvero meglio di te, può tanto. Come un padre.
Silenzio, sempre più giù.
Constatata la totale chiusura dell’uomo, il preside si era rivolto a Tommaso, più o meno con la medesima domanda, ma non aveva ottenuto miglior risultato.
Il ragazzo aveva spostato il capo con estrema lentezza su di lui e aveva mormorato un debole no, privo di ogni sorta di convinzione, d’accordo, ma altrettanto indecifrabile.
Avrebbe potuto esserci di tutto, dietro quel secco diniego, difficilmente nulla.
Silenzio, amaramente giù...

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