giovedì 7 maggio 2020

La parola diversità

Caro Abate Cornelius di Pauw,
mi permetto, in questa mia, di rivolgermi a voi non come il devoto nipote e tanto meno come il rispettoso allievo. È all’uomo che invio queste mie ultime parole e come tale le incido in questa carta che domani vi verrà recapitata. Come saprete, giorni fa mi è stata consegnata un’altra missiva, di tutt’altro tenore. Sto parlando ovviamente della mia condanna a morte, la quale ha provocato in me qualcosa di peggiore che il panico innanzi al mistero della fine della mia vita, perlomeno nel modo in cui l’ho concepita finora. Il fatto è che, dall’istante in cui ho appreso dell’improvviso anticipo della mia dipartita, ho avvertito un’incredula amarezza al cui confronto quella che ho provato per l’atteggiamento di mio padre nei primi anni della mia vita appare dolce come il
miele in primavera. Sapete, in questi ultimi giorni mi è capitato spesso di riflettere sulle parole che ho usato e, soprattutto, mitizzato nella mia esistenza. Parole come impegno, dedizione e, più di tutte, diversità. Il difficile, in questo momento così drammatico, non è accettare l’idea di morire, bensì riuscire a trovare un senso, anche uno solo, che possa spiegare l’esito della storia che ho vissuto dal mio arrivo in questo mondo sino alla mia scomparsa, che avverrà, come saprete, domani mattina. Ho difficoltà ancora a crederci. Anacharsis, l’oratore della razza umana, colui che si è privato del titolo di barone e dei suoi vantaggi per abbracciare con tutto se stesso gli ideali della rivoluzione, domani verrà ghigliottinato sulla pubblica piazza come i nemici che per primo ha combattuto. Sono giorni, dall’istante che questa infame condanna mi è crollata addosso, che mi chiedo quale sia il senso di tutto ciò. Vedete, in fin dei conti, per quanto abbia toccato con mano sin dalla mia adolescenza il disincanto innanzi ad immagini dipinte, come la famiglia e gli affetti, ho conservato nel tempo una visione sentimentale della nostra vita e, come tutti i sognatori, ho sempre avuto l’estremo bisogno di trovare ogni giorno un significato agli eventi che potesse quadrare in maniera armoniosa nel disegno generale. Come ho detto, il bisogno che ho avuto e, che ora, non ho più. Un tempo mi diceste che l’uomo cresce ogni volta che riesce a essere più forte dei propri bisogni. Ebbene, sono qui, su queste righe, per rendervi partecipe del lieto evento: vostro nipote ha superato la più grande prova di crescita che abbia mai incontrato sul suo percorso. Essa non riguarda solo l’accettazione di non poter riuscire a spiegare in una maniera sopportabile la conclusione della sua storia personale. Il fatto è che io, Jean-Baptiste du Val de Grace, sono un uomo fortunato e la mia fortuna non è nel nome che da solo mi sono dato, Anacharsis, ma in quello che gli altri mi hanno donato. Ora, solo ora so cosa voglia dire oratore della razza umana.
Le mie parole non sono mie, non lo sono mai state, così come la storia che con esse ho scritto...

Leggi altro in "La vera storia di Jean-Baptiste du Val-de-Grâce, oratore della razza umana", racconto dal libro Amori diversi, Tempesta Editore.

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