martedì 7 aprile 2020

Meravigliosa diversità delle cose in quanto tali

Magari fosse così semplice dividere il mondo. Tra chi sorregge con fiducia il proprio sguardo su ciò che vuol vedere, la meravigliosa diversità delle cose in quanto tali, e coloro che lo privano di ogni sostegno. Rifugiandosi nella tana apparentemente più sicura della propria incoscienza.
Il problema è sempre stato il grigio, confuso e il più delle volte ignavo. Ovvero, imprevisto, spada sospesa sul capo dei più deboli, pronta a decidere le sorti del racconto.
Daria rientrò in casa di corsa, tremante per lo shock. Si spostò in cucina con passo malfermo, come se all’improvviso fosse stata appesantita di vent’anni.
Cercò un bicchiere sul lavello e trangugiò nervosa dell’acqua. I battiti rallentarono, con calma rallentarono. La donna non aveva mai avuto allucinazioni. Tutt’altro, in effetti.
Se l’intera collezione dei ricordi visivi della portinaia si fosse potuta riunire in un capiente album sarebbe risultata un’omogenea rassegna del concreto.
Niente era stato lasciato all’immaginazione, nella sua famiglia. La madre faceva la sarta in casa e il
papà era idraulico. Mestieri dove gli occhi non dovrebbero mai perdere di vista le mani che aggiustano, sistemano, riportano in vita. Interventi chirurgici preziosi nella vita della gente, perché anche un abito menomato dal più trascurabile foro, o perfino un banale lacrimare del rubinetto, possono rendere le giornate meno belle.
Per questo si viene al mondo, aveva appreso Daria come il senso di tutto. Per aggiustare l’esistenza del prossimo.
La donna aveva scelto quindi con coerenza l’unico uomo della sua vita, il portiere del palazzo, il tuttofare capace di rimettere in sesto ogni cosa.
Ecco perché l’occhio di Daria non prevedeva le eccentricità dell’immagine. Ecco perché quella mattina si rintanò in casa agitata. Ed ecco perché, dopo aver goduto dell’effetto rilassante dell’acqua, era tornata verso la tromba delle scale. Per offrire i doni preferiti dai suoi occhi. Le prove.
Muovendosi cauta raggiunse la ringhiera e sollevò il capo verso l’alto. Bikila stava finendo di lavare le scale. L’uomo a cui aveva dato parte del suo lavoro. Perché poteva. E perché, se c’è la crisi, aiutarsi l’un l’altro è l’unica via per non morirne.
Daria lo sentiva strofinare e mise a fuoco con maggiore intensità. Non osava salire, aspettava che si affacciasse per qualche ragione.
La pelle era chiara. Poi scura. E di nuovo chiara. Scura. E ancora chiara. Come una lampadina difettosa. O come chi vede ciò che vuol vedere…

Leggi il resto nel romanzo "La truffa dei migranti", Tempesta Editore

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