venerdì 24 aprile 2020

Il bello della diversità

Il bello brama il bello, disse un giorno Ramakeele a Shani, la quale, con fare civettuolo, fingeva di chiedersi perché Ahmed la guardasse di continuo.
Già, il bello, negli occhi di guarda, si dice, ma non è esatto. Il verbo guardare è riduttivo, quanto la bellezza lo è innanzi alla meraviglia.

Quella notte, con la luce della luna che faceva brillare il fumo che si levava dal forno, rilevando forme altrimenti invisibili, era più che bello per Matteo.
La bellezza dona bellezza, questo invece accade meno di frequente, ma quando succede non ti resta che accomodarti tra il pubblico.
Il giorno seguente all’incidente del forno, mentre il terrorista notturno era stato piazzato davanti ad un dvd nuovo di zecca con il suo programma preferito – documentario rigorosamente animalesco – il resto della famiglia si era riunito in cucina.
“Non possiamo più lasciarlo da solo”, esordì Sara.
“Ma non è mai successo niente”, cercava di minimizzare Marco, “neanche stavolta. È stato solo un incidente, aveva fame.”
“Solo un incidente? Mandare la casa in fiamme è solo un incidente?”
“Quale casa in fiamme? Non esagerare.”
“Io non esagero, sei tu che come al solito vuoi rendere le cose facili, anche quando non lo sono.”
“E sei tu che al contrario complichi tutto, che vedi il torbido ovunque. Guarda che qui non sei in redazione, a caccia dello scoop.”
“Cosa c’entra la redazione?”
“C’entra eccome, la tua redazione inizia al lavoro ma continua qui, stai sempre attaccata a quel pc.”
“Bravo, sei bravo. Sei riuscito a portare la cosa contro di me, come fai di solito. Alla fine la colpa è sempre mia.”
“Sara, io non ti sto incolpando di nulla, sto solo cercando di farti capire…”
“Capire cosa?” urlò lei. “Che a te non frega nulla se a nostro figlio capiti una disgrazia proprio a casa nostra?”
Lacrime di dolore travestito da rabbia, o forse il contrario, avevano messo bruscamente in pausa la discussione.
“Abbassate la voce”, fece Teresa, “altrimenti ci sente.”
La ragazza si era ben guardata dall’intervenire, soprattutto dal momento che la riunione familiare si era trasformata nella solita dinamica tra genitori in perenne conflitto.
Trascorse qualche istante di silenzio, intervallato dal rumore dell’acqua del rubinetto.
Sara si appoggiò al lavabo con il fianco destro e, dopo aver bevuto, spostò lo sguardo al di là della finestra.
“Come fai a dire che a me non frega nulla?” fece Marco abbandonando anch’egli la sedia. “Anche io non vorrei che gli capitasse qualcosa, a casa nostra o da qualsiasi altra parte. Dico solo che non credo che quello che è successo ieri sera sia così grave.”
“Potremmo trovare qualcuno”, mormorò Teresa.
“In che senso?” chiese Sara voltandosi, dopo essersi premurata di cancellare il pianto dal volto con la mano libera dal bicchiere.
“Già, in che senso?” si unì Marco.
“Intendo una persona che stia con lui quando noi non ci siamo.”
“Una baby sitter? E’ grande.”
“E’ grande e può fare danni grandi, come bruciare la casa e lui con essa…” osservò Sara con tono lugubre.
Teresa sorrise.
Perché non sempre, tutt’altro, ma talvolta il bello regala il bello. E il bello è nella diversità, sempre e comunque.

Leggi il resto nel romanzo "La truffa dei migranti", Tempesta Editore

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