giovedì 23 aprile 2020

Diversità è il solo colore che conti

“Che vuole farci, sognare un mondo nuovo, dove la diversità sia il solo colore che conti, è il peccato originale della mia generazione.”
“Ci parli ancora di James Chaney, signora Rita.”
“Sì. Finita la scuola, andò a lavorare con il padre come apprendista, nel sindacato. In quegli anni, le cose erano molto di verse per chi facesse parte del sindacato.”
“In che senso?”
“Lo penso spesso quando leggo le notizie sui giornali o ascolto le news in tv. Mi rammento di James e di suo padre quando sento di serrate dei sindacati, di proteste e quant’altro. E soprattutto ascolto i commenti della gente, quando esco di casa e provo un grande senso di rimpianto.”
“Perché rimpianto?”
“Perché quando negli anni sessanta qualcuno
dichiarava di far parte del sindacato lo guardavamo tutti, bianchi o neri che fossimo, con ammirazione. Anche se non eravamo d’accordo, pure se eravamo dall’altra parte della barricata. Perfino i capi delle fabbriche, i proprietari degli esercizi, concedevano comunque l’onore delle armi ai loro avversari più pericolosi. Ecco, il pericolo è la parola più giusta che rende meglio l’idea. Essere nel sindacato, lottare oltre l’orario del proprio lavoro per quello di tutti, significava mettere a rischio seriamente il proprio stipendio e forse anche la propria incolumità e quella dei propri cari. Era un atto nobile, anche perché si basava su un valore tutt’altro che scontato.
“Quale?”
“La fiducia. La fiducia che i tuoi colleghi, in caso di rappresaglia dei padrone di turno, non ti avrebbero lasciato da solo, ti avrebbero difeso, rischiando a loro volta per te.
“Era un impiego scomodo, un po’ come fare la cosa giusta.”
“Complimenti, vedo che sta imparando.”
“Grazie.”

Leggi altro in "Il coraggio della speranza", racconto dal libro Amori diversi, Tempesta Editore.
 

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