mercoledì 11 marzo 2020

Diversità ai tempi della crisi

“Mia moglie Chiara e io cerchiamo lavoro”, rivelò quella mattina Fabio alias Bikila, all’ingresso del palazzo. “Può aiutarci?”
“Non saprei…” fece la portinaia spiazzata.
“Se sente qualcosa in giro ce lo fa sapere?”
“Sicuro, anche se non è un buon momento, c’è crisi dappertutto.”
“C’è crisi dappertutto”, aveva ripetuto meccanicamente Bikila, sforzandosi di nascondere la confusione.
In che senso, crisi? Grazie alla magica pozione, i nostri si erano appropriati di carnagione e parlata locale, ma la comprensione delle parole era tutt’altro che scontata.
Soprattutto del senso comune e non letterale.
“Voi cosa sapete fare?” domandò Daria.

Bella domanda, ma i due si erano preparati a dovere, perlomeno dal loro punto di vista.
“Tutto quello che c’è da fare”, rispose Kereeditse. “Non abbiamo problemi a faticare.”
“Sì, non lo metto in dubbio, ma avete una qualifica, un titolo di studio?”
Silenzio e perplessità sui volti, stavolta traditori.
“Scuola, università, mi spiego?”
“No, niente università”, disse Bikila.
“Abbiamo bisogno di lavorare”, aggiunse la madre di Ahmed, “non possiamo metterci a studiare.”
“Certo.”
“Dobbiamo lavorare per pagare l’affitto e dare da mangiare ai bambini”, chiarì Bikila come se fosse necessario.
Nondimeno Daria percepì la sincera spontaneità tra le parole e si limito ad abbozzare un timido sorriso di incoraggiamento.
“In bocca al lupo, allora. Spero abbiate fortuna.”
Speranza vana, purtroppo. Durante l’arco dell’intera giornata i due ripeterono la stessa scena con tutte le persone che incontrarono nel quartiere, soffermandosi con i negozianti della zona.
Mia moglie e io cerchiamo lavoro, ci può aiutare, se sente qualcosa in giro e la conseguente frustrante litania.
C’è la crisi. Una terribile malattia, una specie di tremenda epidemia virale, così l’avevano intesa i due. La crisi, ovvero un morbo dilagante con sintomi comuni e ben riconoscibili. Tra tutti, depressione e sfiducia.
“Ci vorrebbe una pozione solo per questo”, osservò Kereeditse, mentre al tramonto rincasava con il marito, con le gambe e i piedi doloranti.
Avevano parlato praticamente con tutti quelli in cui si erano imbattuti, perfino un vigile urbano, che aveva risposto con una risata. Avevano ripetuto il suddetto copione entrando ovunque, dal semplice bar ai centri scommesse e le finanziarie, presenti ormai in ogni via.
D’altra parte il piano era questo. Facciamo conoscenza con gli abitanti, qualcuno avrà sicuramente lavoro da offrirci. In breve, ottimismo e fiducia.

Leggi il resto nel romanzo "La truffa dei migranti", Tempesta Editore

Nessun commento:

Posta un commento