venerdì 28 febbraio 2020

Diversità in un sorriso

La mattina del primo giorno di lavoro nella nuova casa della vecchia gente Chiara, alias Kereeditse, spaccò il minuto.
Inevitabile essendo arrivata in anticipo, ma aveva atteso il momento esatto fuori della porta, prima di suonare il campanello.
Aveva seguito il consiglio di Bikila, il quale asseriva che l’inizio di un rapporto è fondamentale.
In casa Fiori erano tutti molto agitati, tranne Matteo. La sera precedente ne avevano riparlato, nonostante la proposta di Teresa fosse stata accolta subito con favore.
Trovarsi al lavoro, a scuola, o in qualsiasi altro luogo e al contempo sapere Matteo al sicuro era importante, ma con l’idea di Teresa era un’altra l’immagine confortante.
Il ragazzo speciale non era solo.
Sarebbe stata la prima volta che un estraneo riempisse quel vuoto in loro vece e la sera prima Sara aveva sollevato qualche dubbio. Comprensibile in effetti.
In fondo sapevano poco o nulla della donna a cui avevano intenzione di affidare Matteo.
L’avevano invitata un pomeriggio a prendere un caffè per tempestarla di domande, alle quali aveva risposto senza celarsi in alcun modo.
D’accordo, erano rimasti un po’ perplessi quando Kereeditse era stata invitata a raccontare qualcosa
della sua precedente città.
“Io sono stata spesso a Bologna”, aveva detto Sara. “Per il giornale. In quale zona vivevate?”
“In periferia”, aveva risposto la madre di Ahmed, seguendo il copione concordato.
“Dove, di preciso?”
“A sud.”
“E come mai siete andati via?”
“Mio marito e io abbiamo perso entrambi il lavoro.”
“Colpa della crisi”, aveva aggiunto attingendo al repertorio aggiornato dopo la prima tournee nel quartiere in cerca di un impiego.
La moglie di Bikila aveva seguito le battute con tempistica perfetta, era preparata, insomma.
Quello che aveva stonato era l’espressione del viso, che si era fatta subito tesa e a tratti eccessivamente imperturbabile.
Come un attore che in scena compia l’errore di perdere il contatto con la pancia perché incapace di liberarsi dalla madre di tutte le paure da palcoscenico.
Quella di dimenticare le battute.
Nondimeno, la cosa non aveva influito più di tanto, perché non potevano di certo pretendere che la donna raccontasse loro, di punto in bianco, tutta la propria vita.
Ciò che pesava sulla bilancia era che sentivano tutti di potersi fidare, e i dubbi di Sara vennero soffocati con facilità.
“Buongiorno”, fece Teresa aprendo la porta, spostandosi subito dopo di lato, compiendo un’invitante gesto con la mano, “prego, accomodati.”
Kereeditse era emozionata, ma soprattutto contenta, e aveva condiviso la propria gioia con il marito nello stesso momento in cui i Fiori sfogavano le ultime perplessità sul suo conto.
“Perché sorridi?” aveva chiesto quella sera Bikila, disteso accanto a lei, nel letto dove avevano appena fatto all’amore.
“Sto pensando a quello che è accaduto in così pochi giorni, ai nostri nuovi lavori.”
“Già, anche io sono contento che abbiamo trovato qualcosa.”
“Ma io non sorrido per quello.”
“E per cosa?”
“Per come abbiamo trovato lavoro.”
Esattamente nella nuova terra.

Leggi il resto nel romanzo "La truffa dei migranti", Tempesta Editore

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