martedì 14 gennaio 2020

Raccolta di racconti sulla diversità

I miei occhi si aprono lentamente alla luce del sole.
Chiamarla luce è un’esagerazione.
Un timido chiarore sarebbe più esatto ma in confronto alle tenebre della notte appena trascorsa tutto diviene relativo.
Non ho dormito affatto.
All’alba sono stata più volte per crollare e ho sentito spesso le palpebre gettare la spugna, tuttavia è stata sempre solo un’illusione.

Il sonno è in castigo, il riposo ha perso la strada di casa e l’oblìo è come una dolce parola destinata a soggiornare sulla punta della lingua per l’eternità.
Occhi aperti o chiusi, la pellicola che scorre ovunque è sempre la stessa.
Sempre il medesimo identico cortometraggio.
Come quando si ha un solo e unico video a disposizione, con l’obbligo di vederlo e rivederlo fino a distruggerlo con l’usura.
Perché non ho mai fatto una vera ripresa?
Questo è il pensiero che quella mattina invade il mio cervello violentato.
Solo in quel momento mi rendo conto che una vera registrazione avrebbe potuto impedire allo spietata regista di nome memoria e alla sua sadica compagnia di guitti chiamati ricordi di occupare letteralmente il palcoscenico.
Troppo tardi.
Lo spettacolo è uno solo e ricomincia immediatamente dopo ogni sipario, anzi, non ha bisogno di ciò, riparte quando vuole e come vuole.
Il fratello di Hash che bussa alla porta.
L’abbraccio crudele.
Il cadavere di un amore portato a braccia.
La fine di un sogno.
Sipario e poi di nuovo in scena.
The show must go on, come dicono quelli del fuoco amico.

Brano tratto da "Nostro figlio è nato", racconto dal libro Amori diversi, Tempesta Editore.

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